ASPETTANDO UN NATALE CHE RITARDA

a-terra-anche-gli-angeli

Quest’anno, diversamente da quello precedente, non potendo proprio fare a meno di guardarci attorno, non potendo declinare le varie voci di indignazione e di richiamo da più parti del mondo che indicano come e quanto la miseria sia un indotto di un moderno colonialismo selvaggio e di una speculazione finanziaria che traduce il gioco sulle vite dei popoli e delle nazioni, in un profitto che è puro assommarsi di capitale monetario, si pensava di intitolare  ”ASPETTANDO UN NATALE CHE RITARDA ” l’iniziativa che, anche quest’anno, si  propone coinvolgendo però anche  scrittori d’altre lingue, quindi non solo italiani come l’anno passato. [...] continua su CARTESENSIBILI

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fernanda ferraresso

FERNANDA FERRARESSO   – una

emmet gowin

emmet gowin

lascio la mia runa
davanti alla tua porta
un segno primitivo
un frutto arcaico
di due solchi di pietra lo stesso sole inciso
lungo uno stesso tronco
il mio legno tutelare
F
corpo fecondo e fertile
un fiato tra le faglie e i fiori
un fiotto della terra
dentro una fiammata di silenzio
lascio il mio zoccolo di bestia
incolto un segno sostanziale
l’unghia che mi sorregge il passo
senza alfabeto linea mi faccio di un antico tragitto
perché da terra nasco e a sera mi sconfiggo
dentro un giorno di neve contengo intero l’abbraccio del mondo
questo fuoco che in me batte il suo martello
identico al tuo nel polso
è un toro selvatico che pianta le sue corna dentro il buio
e il cosmo sveglia
con muggiti lancinanti per dire ora e ancora
quanto sia vasta l’apertura di ogni cruna.

sarah rose smiley2

sarah rose smiley

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Atencia Maria Victoria – una poesia

Daralhorra 

La memoria dell’acqua – non l’acqua – sosteneva
le fragili, antiche colonne di alabastro
- o confondo i luoghi? -, e un profumo di cedro
- non il cedro – mi invitava a un cortile nel quale appena
misi il piede, misi l’anima – o confondo il momento? -.
Mia perpetua esiliata, anima mia, da me:
dammi un perno di appoggio, abbi almeno un nome,
mi cinga un melograno con la sua amara corona.

___________

Raffaella Marzano

Andrew Wyeth1

Andrew Wyeth

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ANDREA ZANZOTTO  -   10/10/1921 – 18/10/2011

zanzotto_andrea

Altri papaveri

Fieri di una fierezza e foia barbara
sovrabbondanti con ogni petalo
rosso + rosso + rosso + rosso
        coup de dés maledetto
        sanguinose potenze dilaganti,
        quasi ognuno di voi a coprire un prato intero -
da che
da che mondi stragiferi
stragiferi papaveri
        qui vi accampaste avvampando
        sfacciato forno del rosso
        che in misteriche chiazze
        non cessa di accedere sgorgar su
        straventando i soliti maggi grigioblù?

Come i calabroni si fanno sempre più enormi
        CRABRO CRABRO
e quasi difformi da ogni destino
e le limacce budella a stravento su verzure:
via! via! è tempo di toglier via questa primavera
di pozze di sangue da tiri di cecchino
Correre correre
coprendosi in affanno teste e braccia e corpi orbi
correre correre per chi
corre e corre sotto calabroni e cecchini
e in orridi papaveri finì

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Poeti per don Tonino Bello

mela8

una lettura

un video

grazie a Mimma per la comunicazione così profonda

grazie a Abele e a tutti i poeti, compagni di questo incontro, per la medesima cosa.

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Adoum Jorge Enrique – una poesia

  
 
Potrebbe essere anche

Un bar. Di notte, è evidente.
Potrebbe essere anche un cabaret, o un teatro.
Musica di pianoforte. O un bandoneón. Chissà una chitarra.
Forse, pure, una canzone. Dipende:
un tango, un bolero, una nostalgia greca,
qualcosa di impalpabile, come un blues, irraggiungibile
come le cosce di questa ragazza di Venezia
che ti guarda dal fondo del tuo bicchiere.
Ricordare, quando uno è o sta solo, fa più male
che immaginare: questo è quello che vogliamo dimostrare.
Il microfono amplifica la vera voce, l’assenza:
si tratta del viaggio a una donna come a una città
alla quale non si giunge da invisibile, da lontano.
E se uno giungesse e stesse lì, in lei,
si tratterebbe, con questa musica, di una separazione
che sarà per sempre, come sempre.
A chi dare la colpa? Sono destino il paese
che non avesti, la donna in cui non entrasti?
Una compagnia – qualsiasi–, più o meno coniugale,
o da poco incontrata, dico più o meno duratura,
mai l’amata non cercata, mai la presentita,
distruggerebbe questa sensazione agrodolce o dolceamara
di ciò che non è, ciò che non fu, senza che importi
la voce o il volto che le appartengono,
né l’età che le sue gambe sostengono:
ciò che non può essere perché se fosse non sarebbe.
E in fondo, farebbe male che non facesse male.
Persino che non facesse male più di quanto fa male.

Brett Lethbridge (3)

Brett Lethbridge

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Poesia 2_0

  su POESIA 2.O

    grazie!

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LAUREANO ALBAN – una poesia

 
 
Amo le cose che consumate brillano
come se i crepuscoli fossero
fermi in esse ardendo per sempre.
 
I bordi delle sedie raffinati
dalla devozione chiara delle dita.
I bicchieri trasparenti per servire
sorgenti distanti.
I selciati sottomessi all’ombra.
Le vesti sfilate dall’aria.
 
Amo la loro affaticata servitù
di diamante appagato,
la sommessa passione dei loro silenzi.
 
Amo la loro anima d’autunno che fu alta
e condivise gli occhi del miracolo.
 
Il loro modo di darci l’oblio,
senza pianto né violenza,
come una saggia prossimità che splende,
come la mano dell’amore senza nessuno.
 
Amo i libri vecchi
manipolati dalla luce,
i ciottoli che stanno nella mano
dove ardono paesaggi lontanissimi.
 
Perchè va verso l’addio la loro lenta musica,
si abbracciano all’ombra senza gemere,
silenziose come il fuoco dimenticato delle lampade
che restano sole al giungere dell’alba.

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da Poesie imperdonabili, Passigli Poesia

arnas

arnas

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Eloy Santos – una poesia

 
qui ci sono stati merli prima del silenzio,
ci sono state tovaglie bianche e azalee,
pioggia d'aprile, vetri del tuo sorriso
in serate nel terrazzo dell'orizzonte.

ci sono state domeniche e giardini profondi,
mani di mare e baci per sempre,
in ogni angolo ci sono stati amore e luce,
lucciole segrete dei parchi.

 dove adesso scriviamo c'è stata vita,
linfa felice che si seccò in legno,
travi del tavolo che ci salva
dall'afflizione di non saperci salvare.

dove sgorgava la resina, adesso
ripassiamo il nodo e la corteccia,
e aprile ci copre di foglie bianche, nidi
nell'azzardo degli uccelli di voce.

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da Nettunaria e altre poesie, Eloy Santos, Via del Vento Edizioni, trad.di Alessandro Ghignoli

 

Carmen Van den Eynde (35)

Carmen Van den Eynde

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Eunice Odio – una poesia

eunice-odio

 
 

Questo è il bosco
e qui, per un momento,
il mio cuore spia…
Vanno e vengono
i discendenti degli alberi
-nascosti animali geometrici.
Si chiudono nelle proprie materie concave,
tempie aeree, lontani fantasmi con ali sommerse.
Si distendono,
gravitano contro l'ombra,
reali parti ascendenti
del poderoso e abitante ossigeno.
Questo è il bosco distante
e qui, in una forma di sete
lascio il mio cuore a riposare,
a retrocedere,
un pensiero di foglie che fu mio.
Qui, sopra la tempestosa apparenza
di una campana gettata nell'erba.
Questo è il bosco
e qui il mio cuore, denudandosi,
è solo un rumore,
un’allegria che deviò dentro me
e incessantemente si perse
e non si può trovare
e nemmeno può assomigliare a se stessa.
Qui il mio cuore
-questo è il bosco-
riposa celebrando la sua morte.
Se ne va,
andrà presto in cammino,
come un domani,
come un tempo,
come se “andarsene sempre” fosse il suo pronome.
Parte verso ieri,
verso il giorno di un anno che nessuno vide crescere,
perché si divorò,
perché mangiò la sua stessa sostanza.
Se ne va oggi,
se ne andò ieri,
sempre andrà in cammino
abbandonando deserti,
spine,
ossa alacri,
il luogo che sembrava contenere il mondo,
e non era che uno specchio infiammato.
Se ne va, se ne andrà,
sempre se n’è andato
abbandonando cammini invitti,
mesi inabitati,
case serrate dal tempo verde.
Se ne andrà, se ne andò,
insieme
a tutto ciò che contiene l’aria
di frontiere diffuse
e spume prolungate fino al canto;
insieme
a tutto ciò che vive
portato dallo spazio
e abbandonato dai frutti del mare,
del sole, del vento;
da ciò che dona la terra
girando sulla propria estasi;
da ciò che mai più si disse eternamente,
negando l’atmosfera.
Andiamo, àlzati,
è ora di partire.
Dove andiamo, compagno, senza nulla al sole?
Andiamo alla sacra forma
che più non dorme;
all’affaticato aroma solitario, al sangue
che solo d’improvviso ascende al vento,
logorando ciò che tocca nel suo transito.
Andiamo al gran torrente che immagina
ciò che palpiamo e non vediamo,
accecati dal suo tatto illuminato
e dal suo annegato splendore.
Andiamo al luogo della tempia, al passare delle ossa
perfette, spopolate, spellate.
Andiamo ai nostri giorni in segreto;
alla nostra pelle che occultamente passa per mani
atmosferiche
attraverso un tatto elevato a potenza.
Ho freddo. Abbiamo.
Non dovevamo uscire per essere scrutati,
per avere qualcosa di nostro,
e strappati
e divisi
come albero che siamo
che ci sogna.
Camminiamo.
Entriamo
per non uscire mai più:
per compiere il nostro obbligo di palpitare,
di singhiozzare,
di morire in sola compagnia
dell’ultima delle nostre ossa
che udì chiamare la terra.

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da Questo è il bosco e altre poesie, Eunice Odio, Via del Vento Edizioni, trad. di Tomaso Pieragnolo
 
 

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